Quando gli Stati Uniti erano la terra delle opportunità

“Give me your tired, your poor, Your huddled masses yearning to breathe free, The wretched refuse of your teeming shore. Send these, the homeless, tempest-tost to me, I lift my lamp beside the golden door!”

Prima del 1913 negli Stati Uniti non vigeva alcuna tassa sul reddito. Il governo federale aveva provato più volte ad istituire questo tipo di tassa, ma la corte suprema l’aveva sempre bocciata (tranne durante la guerra civile, guerra do conquista resa possibile proprio dalla tassa). Solo aggiungendo un emendamento, il sedicesimo, che recita “Congresso avrà la facoltà di imporre e riscuotere tasse sui redditi derivanti da qualunque fonte, senza ripartirle tra i vari Stati e senza dover tenere conto di alcun censimento.” il governo federale finalmente riuscì a tartassare gli Stati e ad iniziare un’infestazione seria della vita dei cittadini americani.

La prosperità degli anni pre-tassa era enorme. La produzione degli Stati Uniti cresceva notevolmente e i prezzi dei beni continuavano a scendere. L’America era vista come una terra di prosperità ma emigrare richiedeva soldi, coraggio e spirito di iniziativa, caratteristiche che non mancavano in Europa, specie per via della situazione economica e politica non sempre ottimale. Così ogni anno più di un milione di persone si imbarcavano sulle navi a vapore e raggiungevano gli Stati Uniti, dove i salari crescevano costantemente e sembrava esserci spazio per tutti.

Ogni popolo emigrante tendeva ad impegnarsi in mestieri diversi. I britannici erano sicuramente avvantaggiati, non avendo barriere linguistiche da superare e provenendo da regioni già industrializzate. Molti muratori potevano permettersi di fare avanti e indietro tra Inghilterra e America stagionalmente, inseguendo i salari migliori. Gli Italiani invece non se la passavano benissimo. Non avendo abilità particolari, specie quelli del Sud Italia, venivano impiegati nei lavori più duri e faticosi. Gli Italiani si servivano di un padrone, una figura che li aiutava a trovare un lavoro e a gestire i risparmi. Con l’avanzare dell’età poi più della metà degli Italiani tornava in patria, mentre l’altra metà restava a formare quella comunità Italo-Americana che è rimasta nell’immaginario collettivo (a tal proposito c’è un libro molto interessante sull’argomento, Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante edito da Rubbettino Editore).
Una cosa interessante degli Italiani è il modo in cui si divideva la comunità. Appena sbarcato l’Italiano era Napoletano, Lombardo, Fiorentino. Ma col passare del tempo la sua identità cambiava, si integrava col resto degli Italiani, e diventava Italiano, forse più di quelli che vivevano ancora nel Regno d’Italia.

Allo sbarco venivano fatti test d’intelligenza e sulla salute del migrante, test che comunque venivano superati dalla maggior parte delle persone. Inoltre le autorità si assicuravano che il migrante non avesse idee pericolose come l’anarchismo (di sinistra!) e il socialismo. Non esistendo forme intense di welfare statale, bisognava contare sull’aiuto della comunità e quindi sull’integrazione nel mercato. Solo chi funzionava nell’economia aveva motivo di restare negli USA. La realtà era più dura di quanto sognato da molti migranti, ma era possibile americanizzarsi e fare una scalata sociale.

Dato che la prosperità era tale da sopportare questo enorme flusso di migranti, a volte mi chiedo cosa sarebbe successo se gli Stati Uniti non avessero avuto politiche migratorie. Sicuramente i salari si sarebbero alzati, ma chissà se i salari alti non avrebbero costretto gli imprenditori ad accellerare la spinta verso l’automatizzazione. Chissà se i lavoratori sarebbero riusciti ad ottenere velocemente condizioni lavorative migliori. Chissà magari la produzione si sarebbe abbassata in generale, ma sarebbe stata sufficiente a dare una vita dignitiosa a tutti quanti. Scrivo questa nota per evidenziare che in genere mi interessa più la libertà che la ricchezza prodotta, e anche se queste due spesso corrono di pari passo, non sempre è necessariamente così.

E a proposito di libertà, alcuni potrebbero chiedersi: dove venivano ficcate tutte queste persone che arrivavano? Certo, negli Stati Uniti lo spazio non manca, ma ad aiutare la crescita delle città, specie di New York, era la mancanza di zoning laws. Bene o male era possibile costruire tutto quello che si voleva, e assegnargli l’uso che si voleva, senza interferenze da parte di governi e burocrati vari. Quindi era possibile concentrare il numero di persone e attività commerciali nella misura richiesta effettivamente dal mercato e dallo stile di vita dei cittadini. Purtroppo anche in questo caso la libertà venne infranta, con l’istituzione delle prime zoning laws degli USA a New York nel 1916, che vennero seguite poi in tutti gli Stati da quel putiferio di leggi che oggi costringe gli americani a farsi ore di macchina per arrivare a lavoro o al supermercato.

E con questa ultima nota triste chiudiamo questa breve sbirciatina su un momento nello spazio/tempo umano che ogni libertario dovrebbe ricordare. Alla prossima.

 

 

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